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GALIMBERTI Tancredi.

Per molti il nome di Tancredi Galimberti, soprattutto nel diminutivo “Duccio”, è associato a quello dell’intellettuale partigiano, l’organizzatore della Resistenza caduto per mano dei fascisti il 3 dicembre 1944. A Cuneo il suo nome è evocato da chiunque transiti o si dia appuntamento nella grande piazza a lui intitolata nel cuore della città.
È esistito, però, prima di lui, un Tancredi Galimberti oggi meno ricordato e conosciuto che pure fu figura di rilievo nella storia nazionale e personaggio di primo piano in quella locale: dell’antifascista, che ne portava il nome, fu il padre.

Quel Tancredi Galimberti fu deputato, ministro e senatore del Regno, editore, marito della poetessa Alice Schanzer e, appunto, padre di eroe, ma fu anche un avvocato penalista, uno di quei retori dei tempi moderni che con la toga sulle spalle celebrano i riti della giustizia come nelle chiese i preti celebrano quelli sacri. Quasi verrebbe da dire che fu avvocato sopra ogni cosa se continuò a professare fino agli ultimi giorni della sua esistenza e se sentì il bisogno, già avanti con l’età, di ripercorrere con buona dose d’ironia l’“origine e vita dell’avvocatura” risalendo, neanche a dirlo, al primo uomo calato sulla Terra, l’Adamo sfrattato dal paradiso terrestre in quella che fu, notava, la prima causa civile della storia.

Per Tancredi Galimberti senior l’incontro con il diritto risaliva agli studi giovanili. Nato nel 1856 dal tipografo Bartolomeo e dalla volitiva Giuseppina Luciano, undicesimo di quattordici figli, sarà l’unico, insieme ad un fratello, ad avere il privilegio di coltivare la sua istruzione: prima gli studi classici nel collegio dei padri Scolopi a Savona, poi quelli in Giurisprudenza a Roma ed a Torino nell’aspirazione ad un salto sociale che avrebbe portato il nome di famiglia ad un livello superiore. E mentre Tancredi studiava, i torchi del padre stampavano il giornale destinato a diventare fulcro della vita pubblica cittadina nonché miniera inesauribile di notizie per la posterità. Per lo stesso Tancredi, che nei primi anni Ottanta entrerà nella redazione, La Sentinella delle Alpi sarà laboratorio per la conoscenza capillare del territorio e trampolino di lancio per la sua carriera politica. Quel decennio non era ancora il tempo delle battaglie a colpi di arringhe nella Corte d’assise di Cuneo. Benché nell’alloggio di famiglia (al piano nobile del Palazzo Osasco affacciato proprio sulla piazza che tanta parte avrà nel destino dei suoi discendenti) da tempo fosse stata predisposta per lui la camera Bleu dotata di ingresso riservato per ricevere i clienti, ancora non esisteva uno studio legale e raramente l’avvocato faceva la sua comparsa in tribunale. Occorrerà attendere il 1891 per vedere costituita la società Galimberti-Morelli.
Piuttosto, quegli anni lo vedevano lanciato nella vita pubblica prima come consigliere comunale, poi come consigliere provinciale per il mandamento di Valgrana. Infine, nel 1887, l’ingresso alla Camera dei deputati per il collegio elettorale di Cuneo appoggiando il governo Depretis. Sarà l’inizio di una vivace carriera parlamentare che durerà otto legislature e che lo porterà a ricoprire la carica di sottosegretario alla Pubblica Istruzione ed in seguito quella di ministro delle Poste e Telegrafi sotto il governo Zanardelli, fino alla nomina di senatore, avvenuta nel 1929. Alleanze saltate, acerrime rivalità politiche ed una vicinanza assidua con gli elettori del collegio caratterizzeranno la sua figura di politico liberale in quella Belle Époque di provincia così prolifica di personalità capaci di imprimere la vita della nazione, ma anche oltre, quando, dopo l’uscita dal Parlamento ed un periodo di isolamento, si avvicinerà al fascismo montante in un rapporto non acritico.

Con un’attività politica a tratti totalizzante, la frequentazione del foro cuneese non poteva che essere limitata ai periodi di minore impegno o, successivamente, a quando andò a scemare del tutto. Purtroppo, le carte del ricchissimo archivio di famiglia custodito in quella che oggi è la Museo Casa Galimberti poco testimoniano della professione avvocatizia o dei casi seguiti. Per esplorarla occorre setacciare la biblioteca privata e soprattutto la Sentinella, che possedeva una rubrica di cronaca giudiziaria e dedicava ben più di un trafiletto ai processi, soprattutto quando ne era protagonista il suo editore. Ed erano tanti. Quanti è difficile dire, ma moltissimi, e diversi tra loro. Accenniamo solo di passaggio al celebre processo per lo scandalo della Banca Romana – siamo nel 1894 – che vide Galimberti difensore di Giovanni Giolitti. Il prestigioso incarico gli valse l’appoggio dello statista dronerese e di fatto fu cruciale per l’ascesa della sua carriera parlamentare.

Per tentare una lettura in controluce della società dell’epoca, tuttavia, ben più interessanti ci appaiono i casi ordinari, quelli che riguardavano uomini e donne rimasti impigliati nelle maglie della giustizia e finiti in un girone infernale fatto di accuse, arresti, interrogatori, processi, avvocati e giudici. Erano situazioni in cui nessun essere umano, ieri come oggi, desidererebbe cadere ed in cui, invece, cadeva con facilità sorprendente e per motivi spesso banali: un diverbio tra contadini finito male, una lite familiare, un’ubriacatura molesta.
Nella società rurale percorsa da conflitti a volte sotterranei, ma sempre sul punto di esplodere, il coltello risolveva le questioni ed a volte ci scappava il morto. Lo stesso capitava nelle famiglie allargate in cui fermentavano le passioni, le rivalità e, su tutto, l’interesse: solidali al bisogno, comunità ed individui potevano trasformarsi in feroci carnefici dei propri vicini o dei propri fratelli. E su tutto il senso dell’onore, per difendere il quale, in un mondo regolato da ferree leggi civili e religiose, si commettevano i più efferati delitti. I codici penali stabilivano le pene per chi trasgrediva, ma con strani avvitamenti della morale poteva accadere che alcuni comportamenti devianti, anche molto gravi, venissero più di altri trattati con una sorta di comprensione. Così, appunto, tutti quei delitti commessi per la salvezza dell’onore, di uomini e soprattutto di donne. Galimberti ne era grande esperto. Tra le sue clienti c’erano infanticide, “vetrioleggiatrici”, accoltellatrici dei propri seduttori, ragazze senza marito prima cadute in fallo e poi passate all’azione per vendicare l’onta del disonore: Maria Catterina, che aveva soffocato sotto il materasso il bambino appena dato alla luce; Enrichetta, che aveva gettato l’acido in faccia al fidanzato convolato a nozze con un’altra fanciulla; Teresa, incinta di otto mesi, che feriva con un coltello il giovane padre del nascituro dal quale era adesso disdegnata. Vittime e carnefici allo stesso tempo, erano difese con passione dall’avvocato Galimberti che per prepararsi attingeva ai testi della scienza e della giurisprudenza.

L’antropologia criminale, con i suoi riflessi giuridici, era una disciplina giovane ed i suoi seguaci non mancavano tra gli autori presenti nella biblioteca costruita, un libro dopo l’altro, insieme alla moglie Alice, sposata nel 1902. Dai palchetti in noce che tappezzavano le pareti da terra al soffitto l’avvocato estraeva, al bisogno, Cesare Lombroso, Paolo Mantegazza, Guglielmo Ferrero, Enrico Ferri, Scipio Sighele, Augusto Guido Bianchi, Giuseppe Antonini e molti altri. Sulle teorie della scuola giuridica positiva, ma anche sulla giurisprudenza classica, Galimberti studiava, sottolineava ed annotava i passaggi che avrebbe utilizzato per sostenere le sue difese. “Vergogna”, scriveva a matita su un libro che parlava di aborto e infanticidio già sapendo, forse, che avrebbe fatto risuonare la parola tra le mura del tribunale e non per giudicare, ma per giustificare. Il pubblico accalcato in aula sarebbe stato trasportato dalla sua oratoria roboante infarcita di citazioni dotte e avrebbe sofferto per la sventurata che attendeva a occhi bassi, dietro le sbarre del “gabbione”, di veder compiersi il proprio destino. Le giurie popolari, dal canto loro, lo avrebbero ascoltato cercando di non farsi ammaliare per rispondere, poi, in coscienza, ai “quesiti” che i giudici togati avrebbero sottoposto loro. Di fatto, decretando l’innocenza o la colpevolezza dell’imputata.

Di questo tenore erano, in sintesi, i drammi che andavano in scena nel gran teatro della giustizia in cui alcuni attori, Galimberti, appunto, e alcuni altri avvocatoni di grido (Gaetano Toselli, Pier Benvenuto Rossi, per citarne un paio) avevano ruoli da protagonisti. Chi non poteva assistere di persona ai coups de théâtre; chi non aveva modo di scrutare ogni gesto, smorfia o lacrima sui volti degli imputati, il giorno dopo era sicuro di trovarne il resoconto sulla Sentinella, sul concorrente Corriere, qualche volta sul più morigerato, cattolico, Stendardo. Perché il crimine pagava e gli editori lo sapevano. Ai lettori il delitto piaceva, specie se c’erano di mezzo una donna ed una passione incontrollabile che l’aveva uccisa o che, al contrario, le aveva armato la mano. Le storie, d’altra parte, non erano molto diverse da quelle dei romanzi d’appendice che si svolgevano a puntate nelle strisce a fondo pagina, con le loro trame d’amore e morte. Carolina Invernizio insegnava ed i cronisti, semplicemente, davano al pubblico ciò che voleva: la colpa e la punizione della colpa, il male incarnato in una graziosa fanciulla o in un contadino dall’aria ingenua. In tutto questo i corrispondenti dal Palazzo di Giustizia sguazzavano. Le descrizioni dettagliatissime dei volti e dei corpi (che tanto risentivano degli influssi lombrosiani), i dialoghi riportati fino all’ultima sillaba accompagnati da commenti ammiccanti, talvolta pruriginosi, conferivano un colore irresistibile al racconto dei processi. E il pubblico si conquistava un posto in prima fila a suon di spintoni.

Di tanto in tanto, quando era un po’ troppo partecipe, veniva cacciato dall’aula e il dibattimento si svolgeva a porte chiuse. È ciò che capitò nel 1915 durante il processo che vedeva imputata una ventiduenne di Ceva, insieme al fratello diciottenne. La ragazza, Giovanna M., era finita in guai seri quando si era presentata alle nozze dell’ex fidanzato, incinta ed armata di una piccola rivoltella. Aveva atteso che a cerimonia compiuta il novello sposo uscisse dal duomo e, facendosi largo tra i presenti, gli aveva puntato la pistola e aveva tirato il grilletto. Il proiettile lo aveva appena ferito. Erano state le amiche di Ceva ad assoldare l’avvocato più celebre di Cuneo facendo una colletta per pagargli la parcella e lui aveva preso a cuore la causa. La Sentinella, neanche a dirlo, era saltata su quello che aveva definito “processo erotico” e non ne aveva perso un passaggio, compresi svenimenti e, appunto, la cacciata del pubblico che stava dando segni di ostilità verso la vittima, cioè il seduttore. Minor soddisfazione era venuta dai due imputati: lei “una paisanota poco o niente bella”, lui, il fratello colpevole di aver acquistato la piccola rivoltella dal tabaccaio, con “una faccia da melenso che desola”. Insieme, tuttavia, erano l’immagine dell’ingenuità, provata da comportamenti “senza teatralità di pianto”. Galimberti aveva giocato le sue carte, le stesse che avrebbe usato molte altre volte e che poggiavano su due pilastri: il ribaltamento della colpa e lo stato psicofisico alterato. In altre parole, la condizione in cui lui l’aveva posta le aveva fatto perdere il senno già scombussolato dai disordini della gravidanza. Quanto al fratello, il povero diavolo era stato “travolto dal parossismo capitato in quella famiglia”. Perfino il sostituto procuratore pare che avesse chiesto benevolenza e la giuria popolare non ebbe dubbi ad assolvere entrambi.

Tra gli anni della Prima guerra mondiale e la metà dei Venti, barba impeccabile e cipiglio severo, Tancredi Galimberti scese spesso le scale di casa per attraversare la piazza e salire quelle del tribunale, che si trovava proprio dirimpetto. Indossata la toga, nell’aula della Corte d’assise lo attendevano udienze più o meno movimentate e non sempre le cose andavano come desiderava: al ladro di polli seriale che dopo essere stato sorpreso aveva ucciso il proprietario degli stessi, il giudice Lastrucci appioppò trent’anni, senza badare all’invocazione alla clemenza in nome dei tre figli di lui.
L’avvocato difese poi giovani incendiari che avevano dato alle fiamme il loro villaggio, un uomo che ne aveva ucciso un altro per una vicenda di pesca clandestina, un tizio finito in un giro di denaro falso, un ragazzo che in una zuffa aveva assestato uno schiaffo fatale. Si svolsero processi terribili in cui storie di incesti e vendette familiari si intrecciavano, nell’esplosione di violenze mortali, a storie di rapine cruente. Va detto inoltre che il difensore di tante donne accettò di patrocinare anche chi le donne le uccideva, come l’uomo di Murazzano che aveva assassinato la sua convivente perché “di facili costumi” (pena inflitta: due anni), o uomini accusati di stupro, quasi sempre assolti per mancanza di prove.
Furono anni intensi di fatiche sulle carte fino ad arrivare al 1937 ed al processo che a lungo rimase negli annali della storia giudiziaria oltre che nella memoria degli abitanti dei cuneesi. Al processo per il terribile “delitto di Demonte” in cui un uomo anziano fu attirato in una casa e poi brutalmente ucciso per carpirne le ricchezze, il senatore Galimberti, ormai “incanutito”, partecipò nelle vesti insolite della parte civile insieme al figlio Tancredi, divenuto nel frattempo anch’esso un brillante avvocato penalista. Almeno otto avvocati difensori cercarono di attenuare le pene ai responsabili, ma a due donne, madre e figlia, considerate le principali artefici del delitto, la corte comminò la pena di morte, caso quasi unico in Italia per imputate donne. La Cassazione, in seguito, confermò la sentenza ma la condanna non verrà eseguita, commutata in ergastolo per grazia sovrana.

Per l’avvocato Galimberti era arrivato il tempo di deporre la toga. La lunga carriera tra le aule di giustizia si avviava alla conclusione, così come la sua stessa esistenza. Forse per un sentore del crepuscolo che ormai Tancredi stava attraversando, quell’ultima arringa, pronunciata in “un processo così orribile, così tremendo” dall’insolita posizione di accusatore, conteneva in sé qualcosa di diverso. Come se il disagio di veder terminare il suo lungo percorso con una condanna a morte gli impedisse un eccesso di severità, nelle sue parole si ripetevano le invocazioni alla pietas, anche per gli assassini più brutali, gli “sciagurati che, se hanno crudelmente peccato, son chiamati a duramente espiare e soffrire”.
Era davvero l’ultimo atto, recitato da un uomo di 81 anni che di peccati e peccatori ne aveva visti tanti. Morirà due anni dopo, il 1° agosto 1939.

Autore: Alessandra Demichelis

Fonte: www.rivistasavej.it 2 set 2026