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FRANZOJ Augusto

Questa strana casa dalla parete a strisce non si può non notare quando si entra nel centro di San Mauro seguendo il Po. E’ la casa dove ha trascorso gli ultimi anni e ha scelto di morire un personaggio che sembra l’alter-ego avventuroso di Salgari, ed è quasi dimenticato: Augusto Franzoj. Mentre l’autore di Sandokan viveva le sue storie solo con la fantasia creativa, Franzoj girava il mondo fra imprese temerarie e missioni impossibili. I due si erano conosciuti, si dice anche si frequentassero, e che Salgari si sia ispirato alle sue avventure. E scelsero entrambi di suicidarsi, a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro: Franzoj il 13 aprile 1911, Salgari il 25, stesso mese e stesso anno.

Non è dato sapere se quelle strisce sulla parete della casa di San Mauro ci fossero già a inizi ‘900, certo non c’era il supermercato Borello, al posto la porta dell’abitazione di Franzoj, al 20-22 di via Martiri della Libertà.
Le biografie lo etichettano come giornalista, esploratore, avventuriero, un tipo audace che fece della sua vita un romanzo.

Era nato a San Germano Vercellese il 2 ottobre 1848, padre notaio. Aveva solo 18 anni quando, studente, si arruola volontario nella terza guerra d’indipendenza nel giugno del 1866. Deluso da risultati del conflitto, diventa repubblicano e partecipa ai falliti moti mazziniani di Pavia e Piacenza del 1870, viene arrestato con altri sottufficiali, degradato ed incarcerato nel forte di Fenestrelle da cui riesce ad evadere con altri prigionieri imbavagliando le guardie. Tenta di fuggire in Francia, ma viene catturato, condannato per diserzione, incarcerato a Gaeta e poi Venezia, dove tenta il suicidio sparandosi un colpo di pistola al petto.

Espulso dall’esercito, si trasferisce a Torino ed inizia a collaborare con giornali radicali. Scrive articoli così estremisti da venire sfidato più volte a duello, cosa che gli costa prima il carcere e poi l’esilio: va in Svizzera, Francia, Belgio, Spagna.
Nel 1882 parte per l’Africa: Alessandria d’Egitto, il Cairo, Suez, arriva fino a Massaua da dove segue una carovana di mercanti greci diretti nel Sudan, ed è un altro anno di scoperte ed avventure nel regno di Menelik, che lo accoglie calorosamente. Franzoj ha un obiettivo: dirigersi a nord-ovest per raggiungere Ghera e cercare di recuperare e riportare in Italia le spoglie dell’esploratore di Chieti Giovanni Chiarini, morto prigioniero- forse avvelenato- durante una spedizione geologico-etnografica nelle regioni dei Laghi equatoriali, finanziata dalla Società Geografica Italiana e guidata dal marchese Orazio Antinori. Alla sua solita maniera rocambolesca Franzoj riesce nell’impresa e percorre oltre 3000 km verso il Mar Rosso per imbarcarsi a ottobre alla volta dell’Italia e riportare a Chieti nella chiesa di S. Anna i resti di Chiarini. Tiene conferenze sulla sua avventura africana e raccoglie le sue storie di viaggio nel libro il Continente nero pubblicato a Torino nel 1885.

Ma Franzoj non riesce a stare fermo in un posto. Riparte l’anno dopo, diretto al Corno d’Africa, dove avrebbe conosciuto il poeta Arthur Rimbaud in versione trafficante di merci e armi. Torna a Torino e riprende l’attività di giornalista, scrive per la Gazzetta del Popolo ed il Messaggero di Roma.
Nel 1889 si imbarca ancora, alla volta del Brasile e dell’Argentina, l’anno successivo rientra, e si dedica ad un altro libro, Aure africane. Sembra si acquieti: si ritira sulle colline del Monferrato, si sposa, ha un figlio (misterioso, se ne sono perse le tracce), si trasferisce a San Mauro.
Ma dura poco. Nel febbraio del 1899 si imbarca per il Brasile a capo di una spedizione promossa dall’armatore genovese Gavotti e risale il Rio delle Amazzoni alla ricerca di sbocchi commerciali. Tutti i membri della spedizione vengono colpiti dalla febbre gialla ed il rientro in Italia è inevitabile. Così Franzoj torna a San Mauro, si iscrive al partito socialista, partecipa alle manifestazioni di protesta di fine secolo, è inviato di La Stampa. Sono gli anni in cui lo si vede passeggiare sotto i portici di Torino accompagnato da un servitore nero in livrea, o girare per San Mauro con un paio di leoni al guinzaglio.

Le sue condizioni di salute peggiorano, l’artrite deformante gli dà dolori terribili: si suicida nella sua casa di San Mauro e per essere certo di non sopravvivere si spara alle tempie con due pistole contemporaneamente. Lui stesso ne aveva anticipato la notizia scrivendo una lettera ad un collega della Stampa, arrivata in redazione troppo tardi per fermarlo: il giornale scriverà un lungo articolo sul suicidio e la sua storia il 14 aprile.
Un suicidio eccessivo, come lo era stata tutta la sua vita. Da eroe solitario, da sognatore. Un mondo che non esisteva più. E Franzoj usciva di scena con un ultimo definitivo colpo di teatro.
E’ sepolto nel cimitero di San Mauro, e l’iscrizione tombale recita:
“Ad Augusto Franzoj esploratore africano fortunato esumatore delle ossa del Chiarini pace all’anima sua forte come un leone soave come una colomba”.
Torino gli ha intitolato una via nel quartiere Parella e pure la piscina della Circoscrizione IV. Ma la targa della via è muta, iniziale puntata e niente di più e sull’ingresso della Piscina c’è solo Franzoj e sembra un nome inventato, da tecnica di nuoto giapponese. Così nessuno sa più chi fosse Augusto Franzoj, Indiana Jones alla piemontese, l’alter-ego di Salgari.

Autore: Rosalba Graglia

Fonte:
Newsletter Corriere Torino 7 luglio 2026