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BIELLA. Collezione Franco Riccardi. Segni e visioni del Novecento.
Al Palazzone di Biella la mostra «Collezione Franco Riccardi. Segni e visioni del Novecento», curata da Alberto Fiz, Daniela Magnetti e Filippo Timo, si presenta come un attraversamento compatto e insieme complesso del Novecento artistico europeo, dagli anni Trenta agli anni Settanta restituendo un pensiero collezionistico che si è formato nel tempo come intreccio di intuizione, metodo e memoria storica.
Il percorso si apre dentro l’idea stessa di collezione, che Fiz interpreta come spazio di libertà prima ancora che di selezione estetica. Nel suo testo, il curatore scrive: «Collezionare è la libertà di esprimere il proprio amore per l’arte, per la poesia, per la storia dell’uomo». E ancora, con una sfumatura più intima e quasi disarmata: «Collezionare è divertente perché è libertà di sbagliare, di innamorarsi di un quadro e dopo anni di convivenza accorgersi che non ti dice più nulla». È dentro questa oscillazione tra adesione e distanza che si costruisce la figura di Franco Riccardi, collezionista «libero», capace di attraversare decenni e linguaggi senza mai irrigidirsi in un sistema chiuso.
La raccolta prende forma come una narrazione continua che attraversa stagioni cruciali dell’arte del Novecento. Dagli anni Trenta emergono le tensioni tra astrazione lirica e costruzione geometrica, con artisti come Osvaldo Licini, Atanasio Soldati e Manlio Rho, in un clima in cui la forma cerca ancora un equilibrio possibile. È un’arte che lavora sulla soglia tra ordine e immaginazione, e che nella collezione Riccardi diventa già dichiarazione di metodo: scegliere non per appartenenza ma per necessità interna dell’opera. Con gli anni Cinquanta il linguaggio si apre e si frantuma. La pittura diventa campo di energia e materia, attraversata da gesti che non rappresentano più ma agiscono. Entrano in scena figure come Alberto Burri, Giulio Turcato e Franz Kline, in un dialogo che mette al centro il segno come traccia fisica e mentale. Qui la collezione si struttura come un atlante del cambiamento, dove ogni opera sembra registrare un passaggio di stato della pittura stessa.
Il decennio successivo segna una svolta ancora più radicale. Negli anni Sessanta la superficie si apre, si perfora, si attraversa. Le opere di Lucio Fontana, Piero Manzoni, Agostino Bonalumi e Yves Klein raccontano un’arte che non si accontenta più del quadro, ma ne oltrepassa i confini fisici e concettuali. La materia diventa pensiero, la superficie diventa spazio e lo spazio diventa tempo. La collezione non segue una linea cronologica rigida ma costruisce connessioni trasversali, affinità inattese. L’opera infatti non è mai isolata ma sempre parte di un sistema di relazioni che ne amplifica il senso.
L’ultima sezione, dedicata a ciò che si potrebbe definire «oltre la pittura», introduce le esperienze dell’Arte Povera e delle pratiche concettuali e ambientali. Qui compaiono Michelangelo Pistoletto, Mario Merz e Christo, insieme a una generazione che ha trasformato l’oggetto quotidiano in dispositivo poetico e critico, non solo da guardare ma da esperire, attraversare, talvolta condividere.
Un elemento decisivo della mostra è ciò che normalmente resta invisibile: il retro delle opere, le etichette, le scritte, le tracce delle esposizioni, un’idea che rafforza il carattere del progetto. Ancora Fiz, nel suo testo, insiste sulla natura non lineare di questo sguardo collezionistico, che non cerca certezze ma connessioni. La sua definizione di Riccardi come «ordinatore del caos» sintetizza un metodo che unisce rigore e intuizione, archivio e desiderio. La collezione diventa così una forma di pensiero prima ancora che un insieme di opere.
Nel fluire del percorso, il Novecento appare come un campo continuo di trasformazioni, tensioni e aperture grazie proprio alle scelte di chi, collezionando, è stato capace di tenere insieme libertà, memoria e visione.
Autore: Lavinia Trivulzio
Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 10 apr 2026
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